I revolver prima di Colt

Siamo nei primi anni dell’Ottocento.

La polvere nera è ormai ben conosciuta e le armi da fuoco hanno raggiunto un buon livello di affidabilità. Ma un problema rimane evidente: dopo ogni colpo bisogna ricaricare, e nelle armi corte questa operazione è particolarmente lenta e scomoda.

Da tempo inventori e armaioli cercano quindi di costruire armi capaci di sparare più volte prima della ricarica. Le strade principali sono due: aumentare il numero delle canne, ciascuna già caricata, oppure utilizzare più camere di scoppio che vengono portate, una dopo l’altra, davanti a una sola canna.

Il principio del revolver, quindi, non nasce improvvisamente con Samuel Colt. Già dal Seicento esistono fucili e pistole a tamburo o a canne multiple, e nei primi decenni dell’Ottocento vengono sperimentate numerose soluzioni diverse.

Vale la pena osservarne alcune, perché mostrano bene quali problemi Colt avrebbe dovuto risolvere pochi anni più tardi.

Arma a 10 canne

Una delle soluzioni più immediate al problema della ricarica era semplicemente aumentare il numero delle canne.

Quest’arma ne porta addirittura dieci (dieci canne “traslanti“,  caricamento frontale, con relativo alloggiamento posteriore per la capsula d’accensione), già caricate e pronte all’uso.
Invece di ricaricare dopo ogni sparo, il tiratore dispone quindi di più colpi consecutivi.

Il principio è semplice, ma il prezzo da pagare è evidente: l’arma diventa pesante, ingombrante e meccanicamente complicata. Aumentando il numero delle canne cresce infatti anche la massa che il tiratore deve sostenere e controllare.

È una soluzione efficace per ottenere più colpi, ma mostra bene perché gli armaioli cercassero qualcosa di diverso da queste soluzoni: conservare una sola canna e spostare invece le cariche da sparare.

La pepperbox: molte canne che ruotano

La pepperbox, o “pepaiola”, rappresenta un passo avanti importante ed ebbe una diffusione notevole soprattutto nella prima metà dell’Ottocento.

Anche in questo caso ogni colpo dispone della propria canna; e l’intero gruppo di canne (sempre a caricamento frontale e con accensione posteriore) ruota attorno a un asse centrale. Azionando il meccanismo, una nuova canna viene portata nella posizione di sparo.
Il luminello è verticale, come anche il movimento del cane.

Il vantaggio è evidente: si ottiene un’arma compatta capace di più colpi senza doverla ricaricare ogni volta. Rispetto alla pistola a dieci canne, la disposizione circolare rende inoltre l’insieme molto più maneggevole.

Rimane però un limite fondamentale: a ruotare è ancora tutto il gruppo delle canne. Peso, ingombro e precisione non sono ideali. Il passo successivo sarà quindi mantenere una sola canna fissa e far ruotare soltanto le camere contenenti le cariche.

Una sola canna e un tamburo rotante

La soluzione che più si avvicina al revolver moderno consiste nel separare definitivamente le due funzioni: una sola canna rimane fissa, mentre dietro di essa ruota un tamburo contenente più camere cariche.

L’idea è molto più razionale delle armi a più canne. Il tamburo è relativamente compatto e ogni sua camera, ruotando, viene portata davanti alla stessa canna.

Ma i primi sistemi presentano un problema serio: l’allineamento tra camera e canna deve essere estremamente preciso. Se il tamburo non si arresta esattamente nella posizione corretta, oppure se la fiammata dell’accensione raggiunge le camere vicine, le conseguenze possono essere pericolose.

Non furono rari malfunzionamenti, accensioni multiple e incidenti. Il principio era quindi promettente, ma mancava ancora un meccanismo semplice e affidabile capace di ruotare, allineare e bloccare automaticamente il tamburo prima dello sparo.

Ed è proprio su questo problema che Colt concentrerà la propria attenzione.

Un tamburo che ruota… ma nel verso sbagliato

Prima di arrivare alla disposizione che oggi associamo immediatamente a un revolver, furono sperimentate anche soluzioni nelle quali le camere ruotavano attorno a un asse verticale.

Il principio era comunque quello corretto: predisporre più cariche e portarle, una dopo l’altra, nella posizione di sparo. Ma osservando queste armi è facile capire quanto fosse ancora incerta la strada da seguire.

Un tamburo disposto in questo modo richiedeva meccanismi complessi per la rotazione e l’allineamento; inoltre rendeva l’arma ingombrante e poco naturale da maneggiare.

Ma il problema principale erano le varie camere rivolte a turno in tutte le direzioni; e il sistema di accensione (inferiore) che non separava i luminelli, causando frequenti accensioni multiple, con conseguenze ben immaginabili …

Oggi questa disposizione può sembrare quasi assurda. All’epoca, però, non esisteva ancora una soluzione universalmente riconosciuta come “quella giusta”: ogni inventore stava cercando di risolvere lo stesso problema partendo praticamente da zero.

Qui è illustrato un estratto del brevetto depositato da Cochran nel 1837.

La forma del revolver comincia a comparire

Quando l’asse del tamburo viene disposto parallelamente alla canna, l’architettura dell’arma comincia finalmente ad assomigliare a quella che oggi riconosciamo come un revolver.

Le camere sono ricavate nel cilindro e vengono portate in successione dietro la stessa canna. In teoria la soluzione è semplice; nella pratica pone problemi molto difficili.

Ogni camera deve fermarsi esattamente in asse con la canna. Il tamburo deve restare bloccato durante lo sparo e poi liberarsi per poter ruotare alla posizione successiva.

Un piccolo errore di lavorazione o di allineamento, che oggi potrebbe essere corretto con macchine utensili di grande precisione, all’epoca richiedeva lavorazioni manuali, aggiustaggi e una notevole capacità dell’armaiolo.

Polvere, palla e luminello

Per capire i problemi di queste armi bisogna dimenticare per un momento le moderne cartucce metalliche.

Ogni camera del tamburo doveva essere caricata separatamente. Dalla parte anteriore (avancarica) si introducevano la polvere nera e il proiettile; posteriormente, su un piccolo condotto chiamato luminello, veniva applicata una capsula contenente il composto innescante.

Quando il cane colpiva la capsula, la fiammata attraversava il luminello e raggiungeva la carica di polvere contenuta nella camera.

Su un tamburo a sei colpi questa operazione doveva essere ripetuta sei volte: sei cariche di polvere, sei proiettili e sei capsule.

È molto più facile comprendere l’ingegnosità — e anche i rischi — dei primi revolver quando si ricorda che ogni camera era, in pratica, una piccola arma caricata individualmente.

Il pericolo delle accensioni multiple

La presenza di più camere cariche molto vicine fra loro introduceva un altro problema: impedire che la fiammata dello sparo raggiungesse una camera adiacente.

In particolare la polvere nera era difficile da inserire (frontalmente) senza spandere o sporcare i bordi della camera; e quando si accendeva, generava fiammate e scintille in ogni direzione, potenzialmente andando ad accendere le camere adiacenti.

Ma anche le capsule generavano fiammate ancora poco controllate, e con dosaggi variabili, poco costanti, che a volte non accendevano ma che a volte sfiammavano ben oltre l’alloggiamento del luminello andando ad innescare capsule adiacenti.

Se una seconda carica si accendeva insieme a quella correttamente allineata con la canna, il proiettile non aveva davanti a sé una canna attraverso la quale uscire normalmente.
Le conseguenze potevano essere gravi: danni al tamburo e all’arma, proiezione di frammenti e ferite al tiratore (ma anche per chi si trovava nelle vicinanze).
Nel caso di camere disposte radialmente invece, i proiettili “partivano” in tutte le direzioni.

Per questo non bastava costruire un tamburo capace di ruotare. Era necessario rendere affidabili caricamento, accensione, allineamento e bloccaggio.
E tutte queste condizioni dovevano funzionare insieme.

Inventare era solo metà del problema

Guardando oggi questi meccanismi può essere facile sottovalutarne la difficoltà costruttiva.

Ricordo che non esistevano macchine CNC, taglio laser, elettroerosione o sistemi digitali di misura. Un prototipo richiedeva lavorazioni al tornio, alla fresa e al trapano dell’epoca, oltre a moltissimo lavoro manuale con lime, raschietti e strumenti di misura relativamente semplici.
E non esistevano sofisticate verifiche sui metalli, che dovevano essere valutati con l’esperienza in sede di fusione o di forgiatura.

Due pezzi apparentemente uguali potevano richiedere un lunghissimo aggiustaggio individuale prima di funzionare insieme. E un errore molto piccolo, soprattutto nel sistema di rotazione e bloccaggio del tamburo, poteva rendere l’arma inaffidabile o pericolosa. E con conseguente ricostruzione “da zero” dei pezzi.

Per questo il problema non era soltanto inventare un revolver funzionante. Bisognava anche riuscire a costruirlo in modo abbastanza preciso, ripetibile e conveniente da poter produrre più esemplari. E con le tecnologie dell’epoca.

Qui è illustrato uno dei primi meccanismi a tamburo del XVII secolo, ideato da Elisha Collier, ispirato al brevetto del 1818 del capitano Artemus Wheeler di Concord, Massachusetts.

Il sistema di rotazione era «parzialmente» automatico, non proprio affidabilissimo. Intorno al 1820 Collier riuscì a venderne un certo numero soprattutto agli ufficiali in stanza presso le Indie. Ed è probabile che Samuel Colt abbia visto qualche esemplare di questi “quasi revolver” durante lo scalo del «Corvo» a Calcutta, o durante lo scalo a Londra di ritorno dalle Indie.

Fondamentale per il superamento dei problemi di affidabilità di queste armi sarà pochi anni più tardi l’invenzione della capsula al fulminato di mercurio.
Un sistema che permetterà di realizzare delle armi veramente pratiche, sicure e capaci di sparare rapidamente.
Con queste capsule si eliminanrono la maggior parte degli inconvenienti dell’acciarino a pietra focaia: scintille che “vagano” incontrollate, polvere che cade dalla camera, serbatoio per la polvere che esplode alla più piccola scintilla, sensibilità alle intemperie, lentezza nella messa a punto.

Invece il problema del perfetto allineamento tra camera e canna, inizialmente risolto (direi meglio aggirato) realizzando tante canne quanti erano i colpi a disposizione, era ancora tutto “da inventare“; nessun costruttore aveva trovato una soluzione.

Fino a quando Colt mise a punto con i suoi primi revolver, con i brevetti del 1835, e di fatto mettendo in opera l’idea del blocco rotazione avuta a bordo del «Corvo».